Plastica in mare, il Great Pacific Garbage è più grande e sta crescendo rapidamente

Secondo lo studio “Evidence that the Great Pacific Garbage Patch is rapidly accumulating plastic” appena pubblicato su Scientific Reports da un team di The Ocean Cleanup Foundation e di esperti internazionali, attualmente nell’area di oceano nota come Great Pacific Garbage Patch galleggiano 1.800 miliardi di pezzi di plastica che in tutto pesano 80.000 tonnellate e la situazione «sta rapidamente peggiorando». Sono in sintesi  risultati di un lavoro durato tre anni condotto da un team internazionale di scienziati di The Ocean Cleanup Foundation, 6  università e una compagnia di sensori aerei.

A The Ocean Cleanup spiegano che «Il Great Pacific Garbage Patch (Gpgp), situato a metà strada tra le Hawaii e la California, è la più grande zona di accumulo per la plastica oceanica sulla Terra», ma ce ne sono altre di grosse dimensioni nell’Oceano Pacifico meridiona, a Nord e a Sud dell’Atlantico e nell’Oceano Indiano e “vortici di plastica molto densi non mancano nemmeno nel Mediterraneo, a cominciare da quello tra Corsica, Elba e Capraia.

Per cercare di quantificare il problema, di solito i ricercatori utilizzano reti a maglie fini, in genere di dimensioni inferiori a un metro, ma il team di The Ocean Cleanup Foundation fa notare che «Tuttavia, questo metodo produce un’elevata incertezza a causa della piccola superficie coperta. Inoltre, questi metodi non sono in grado di misurare l’entità del problema nella sua massima estensione, poiché tutte le reti di campionamento, piccole e grandi, non sono state in grado di acquisire oggetti più grandi della dimensione della rete».

Per analizzare la vera dimensione e consistenza del Gpgp, il team ha attuato il  campionamento più completo del Gpgp mai fatto finora  attraversando l’enorme area dove si accumulano i rifiuti marini contemporaneamente con 30 navi, appoggiate da aeromobili. Sebbene la maggior parte delle navi fosse equipaggiata con reti di campionamento superficiali standard, la nave madre della flotta, la RV Ocean Starr, trainava due dispositivi di sei metri di larghezza, consentendo al team di campionare oggetti di dimensioni medio-grandi. Per aumentare la superficie esaminata e quantificare i pezzi di plastica più grandi – oggetti che comprendono reti da pesca abbandonate lunghe diversi metri – un aereo Hercules o C-130 è stato dotato di sensori avanzati per raccogliere immagini multispettrali e scansioni 3D dei rifiuti oceanici. In totale la flotta ha raccolto 1,2 milioni di campioni di plastica, mentre i sensori aerei hanno scansionato oltre 300 km2 di superficie oceanica.

I risultati, pubblicati su Scientific Reports , rivelano che «il GPGP, definito come un’area con più di 10 kg di plastica per km2, misura 1,6 milioni di Km2, tre volte la dimensione della Francia continentale. Accumulati in questa zona ci sono 1,8 trilioni di pezzi di plastica, del peso di 80.000 tonnellate, l’equivalente di 500 Jumbo Jets. Queste cifre sono da 4 a 16 volte superiori rispetto alle stime precedenti. Il 92% della massa è rappresentato da oggetti più grandi; mentre solo l’8% della massa è rappresentato da microplastiche, definite come pezzi di dimensioni inferiori a 5 mm».

Julia Reisser di The Ocean Cleanup Foundation, la scienziata che ha guidato la spedizione, spiega: «Siamo rimasti sorpresi dalla quantità di grandi oggetti di plastica che abbiamo incontrato Pensavamo che la maggior parte dei detriti fosse costituita da piccoli frammenti, ma questa nuova analisi getta una nuova luce sulla portata dei detriti».

Infatti, confrontando la quantità di microplastiche con le misurazioni storiche del Gpcp, il team ha scoperto che i livelli di inquinamento da plastica all’interno del vosrtice  sono cresciuti in modo esponenziale dall’inizio delle misurazioni negli anni ’70.  Il principale autore dello studio, Laurent Lebreton di The Ocean Cleanup Foundation, evidenzia: «Sebbene non sia ancora possibile trarre conclusioni definitive sulla persistenza dell’inquinamento da plastica nel Gpgp, questo tasso di accumulo di plastiche all’interno del Gpgp, che era maggiore rispetto alle acque circostanti, indica che l’afflusso di plastica nel patch continua a superare il deflusso».

Il  Gpgp si sta muovendo molto più di quanto ci si aspettasse e probabilmengte la plastica trascinata in mare dallo tsunami verificatosi dopo il terremoto del Giappone del 2011 – lo stesso che ha provato il disastro nucleare di Fukushima Daiichi – potrebbero rappresentare fino al 20% di quella accumulatasi negli ultimi anni nel Great Pacific Garbage Patch.

Un altro autore dello studio, il fondatore di The Ocean Cleanup Boyan Slat, ha elaborato i risultati per eventuali progetti di bonifica evidenzia: «Per essere in grado di risolvere un problema, crediamo sia essenziale capirlo prima. Questi risultati ci forniscono dati chiave per sviluppare e testare la nostra tecnologia di pulizia, ma sottolineano anche l’urgenza di affrontare il problema dell’inquinamento della plastica. Poiché i risultati indicano che la quantità di microplastiche pericolose è destinata ad aumentare di oltre dieci volte se lasciata a frammentarsi, il momento di iniziare è ora».

Lebreton  conclude: «Il messaggio dello studio è chiaro: ci riporta a come utilizziamo la plastica. Non bisogna abbandonare la plastica – a mio parere è molto utile, in medicina, nei trasporti e nelle costruzioni – ma penso che dobbiamo cambiare l modo in cui usiamo la plastica, in particolare in termini di plastica monouso e di quegli oggetti che ha una durata di vita utile molto breve».

 

Notizia tratta dal sito www.greenreport.it

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