Un coordinamento mondiale per costruire una bioeconomia che non lasci nessuno da parte

Intervenendo al Global Bioeconomy Summit che si è concluso a Berlino, la vice-direttrice generale della Fao responsabile per il clima e le risorse naturali, Maria Helena Semedo, ha detto che «Se concepita correttamente, vale a dire in collaborazione con gli agricoltori familiari e pensondo prima a loro, una bioeconomia può contribuire agli sforzi miranti a lottare contro delle questioni pressanti d’interesse mondiale, quali la fame, la povertà e il cambiamento climatico».

A Berlino si sono incontrati circa 700 rappresentanti di alto livello della politica, della scienza, della società civile e del mondo degli affari provenienti da oltre 70 Paesi e, riferendosi a questa grande partecipazione mondiale, Joachim von Braun, copresidente del Bioökonomierates del governo tedesco che ha organizzato il summit, ha detto: «Nel Global Bioeconomy Summit abbiamo creato un format per eventi che riesce a riunire un’ampia esperienza internazionale su bioeconomia, innovazione, biodiversità e sostenibilità. Insieme a tutti gli esperti di diversi settori, possiamo identificare importanti ostacoli sulla nostra strada verso un’economia basata sulla bioedilizia, unire le forze per cercare soluzioni e inserirle nell’agenda politica internazionale».

Tra gli oltre 100 relatori che hanno contribuito all’evento hanno preso la parola ministri e rappresentanti di governi di Asia, Africa, Europa, Sud e Nord America; esperti di politica internazionale dell’Onu, dell’Ocse e della Commissione europea, così come i rappresentanti della scienza e dell’industria. In dieci sessioni plenarie e 14 workshop, i partecipanti al Global Bioeconomy Summit hanno discusso un’ampia gamma di sfide sociali, scientifiche, economiche e politiche per l’attuazione delle visioni della bioeconomia, che spesso differivano ampiamente da regione a regione, nel contesto degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) ).

Quando si parla di bioeconomia ci si riferisce a un’economia che utilizza la biomasse – al contrario delle risorse fossili – per produrre cibo e prodotti non alimentari come le bioplastiche e i biofarmaci e la Samedo ha ricordato che «Una biocenomia sostenibile si basa prima di tutto sulla natura e sulle persone che si prendono cura della biomassa e la producono. Questo significa che gli agricoltori familiari, i popoli delle foreste e i pescatori sono anche i garanti di un’importante sapere sulla maniera di gestire le risorse naturali in modo sostenibile. Dobbiamo incoraggiare gli sforzi coordinati a livello internazionale ed assicurarsi del coinvolgimento multi-stakeholder a livello nazionale e mondiale, Questo richiederà obiettivi misurabili, daei mezzi per attuarli e delle soluzioni redditizie che permetteranno di misurare i progressi realizzati. Insieme, sfruttiamo lo sviluppo di una bioeconomia sostenibile per tutti e non lasciamo nessuno da parte». Per farlo, secondo la Semedo, «La Fao lavora con gli Stati membri e altri partner nei settori tradizionali legati alla bioeconomia – l’agricoltura, la forestazione e la pesca – ma anche legati ad altre tecnologie pertinenti, quali la biotecnologia e la tecnologia informaticache sono utili al settore agricolo. Mentre l’innovazione svolge un ruolo considerevole nel settore bio, dobbiamo assicurarci che tutto il sapere tradizionale e nuovo dovrà essere condiviso e sostenuto nella stessa maniera».

Le ultime stime dell’Onu ci dicono che, nonostante il cibo prodotto sia sufficiente per tutti, nel mondo ci sono circa 815 milioni di persone che, soffrono do sotto-nutrizione, quindi il problema è spesso la mancanza di accesso al cibo. La Semedo è convinta che »La bioeconomia può migliorare l’accesso al cibo, in particolare grazie alle entrate supplementari che provengono dalla vendita di prodotti bio» e ha sottolineato «Il potenziale contributo della bioeconomia agli sforzi mondiali miranti a lottare contro il cambiamento climatico«, mettendo però in guardia contro «una tendenza a semplificare troppo il problema: solo perché un prodotto è bio non vuol dire che è buono per lottare contro il cambiamento climatico, questo dipende dalla maniera in cui viene prodotto e in particolare dalla quantità e dal tipo di energia utilizza nel corso del procedimento».

Al termine del Global Bioeconomy i 40 membri del International Advisory Council del summit hanno raccomandato di istituire un meccanismo o forum internazionale per sostenere e promuovere: uno scambio strutturato di politiche e pratiche tra la comunità globale della bioeconomia sui temi chiave identificati dal GBS2018; uno stato dell’arte della politica e della governance della bioeconomia, in particolare delle informazioni e valutazioni basate sull’evidenza che sono considerate attendibili da parte di tutte le parti stakeholders; una voce competente e significativa della bioeconomia nei forum politici globali riguardanti l’innovazione, lo sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi, fornendo una prospettiva olistica e considerando le interdipendenze tra i singoli SDG nella bioeconomia; la facilitazione dei programmi di collaborazione internazionale nella ricerca e sviluppo e nel capacity building della bioeconomia orientati verso obiettivi comuni.

Riassumendo le raccomandazioni del comunicato finale. la copresidente del Bioeconomy Council, Christine Lang, ha concluso: «Globalmente, 50 Paesi hanno pubblicato strategie politiche relative allo sviluppo della bioeconomia. Tuttavia, il potenziale della bioeconomia viene ancora raramente discusso nei forum politici internazionali. Ciò di cui abbiamo bisogno è un dialogo internazionale continuo e idealmente più formalizzato sulla bioeconomia. Il Global Bioeconomy Summit ha creato una buona base per questo».

Notizia tratta dal sito www.greenreport.it

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